I sistemi di intelligenza artificiale stanno diventando il primo punto di contatto tra il viaggiatore e la destinazione. ChatGPT, Perplexity, Google AI Overview, i motori di ricerca di nuova generazione: sempre più spesso la scelta della meta parte da una conversazione con un modello linguistico, non da una ricerca tradizionale. E in quella conversazione, le destinazioni che non esistono come dati strutturati, leggibili e verificabili dai sistemi AI non vengono sconsigliate. Vengono ignorate.
Il talk esplora cosa significa per un DMO operare in questo scenario. Da un lato, la sfida della visibilità: come si costruisce una presenza rilevante nei sistemi AI? Cosa rende una destinazione citabile da un modello linguistico? Quali contenuti, strutture dati e logiche editoriali determinano se una destinazione esiste o meno nell’era dell’AI search?
Dall’altro, una questione più profonda: il ruolo stesso del DMO. La destination stewardship, la gestione della destinazione come ecosistema da tutelare e non solo da promuovere, diventa ancora più urgente quando gli algoritmi amplificano la domanda in modo non governabile. Più visibilità senza strategia significa più pressione su risorse, comunità, paesaggio.
Il DMO del futuro non è solo un ufficio marketing. È il custode della narrativa digitale di un territorio nell’era dell’AI, e al tempo stesso il garante della sua sostenibilità. Chi riesce a tenere insieme questi due ruoli ha un futuro. Chi non lo fa sparisce, nel senso letterale del termine.